Dinamica vegetale. Simona Bertozzi ci parla di Joie de Vivre, al Teatro Storchi di Modena

Debutta il 14 dicembre, al Teatro Storchi di Modena, Joie de vivre, ultima creazione della coreografa Simona Bertozzi. Un lavoro che mette in dialogo danzatori e cantanti nell’indagare la dimensione della gioia, intesa come ricerca di uno spazio da abitare nel migliore dei modi possibili, tutto guardato sotto la lente del regno vegetale. Definito «pensiero in forma coreografica», questo lavoro prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro Comunale di Modena e Associazione Culturale Nexus, guarda alla felicità come a «un evento da esperire nella ricerca o nella sorpresa», più che nell’ordine e nell’armonia, per questo l’agire dei corpi si consuma e si articola in azioni «frammentate, incrinate, finanche degradate», così afferma Bertozzi, con cui abbiamo parlato del processo creativo e delle numerose collaborazioni messe in atto in questo nuovo lavoro.  Da quale desiderio nasce Joie de vivre?  «In termini di suggestione e di ricerca il lavoro nasce dal desiderio di far dialogare due macro territori, che ho incontrato in alcune letture, mentre stavo sviluppando alcuni progetti precedenti: l’universo vegetale e il comportamento emergente, vitale e gioioso. Mentre lavoravo al progetto Prometeo ed ero immersa nella dimensione della tecnhè, del saper fare, in codici molto stretti e severi portati sulla scena, stavo leggendo Verde brillante di Stefano Mancuso, ma anche altri libri, dove è presente la dimensione vegetale. La cosa che mi ha interessato di più è l’aspetto sensoriale, come sono descritti atteggiamenti, tattiche e modalità di aderenza al territorio e quindi l’estremo vitalismo dei vegetali, che conosciamo solo in parte. Si tratta di vere e proprie dinamiche messe in atto dai vegetali per poter procurarsi le migliori condizioni di aderenza a un territorio. Questa suggestione è cresciuta e nel frattempo è arrivata l’occasione di avere una struttura produttiva per poter pensare a un nuovo progetto. In questa dimensione di propulsione vitale, di gioiosa polifonia autogenerativa e nell’universo vegetale come sottotesto per indagare elementi pratici di ricerca del corpo, ho trovato un territorio dove provare a sedimentare quello che poi si è strutturato nella scrittura coreografica, nel tracciato del lavoro. Sono suggestioni che risalgono a qualche tempo fa. Ciò che mi ha interessato sempre di più è capire quale immaginario e quale orizzonte tracciare attraverso questa dimensione di felicità. Non è un lavoro sulla felicità, nel senso delle narrazioni più immediate che possiamo immaginare, ma, forse, un po’ provocatoriamente, si tratta di pensare a joie de vivre come produzione di elementi fortemente dinamici, resistenti, che cercano di produrre condizioni di vitalismo. Infatti, quando si abita un territorio fino in fondo, le esigenze di chi lo abita generano anche scarti, residui, inquinamento, deterioramento, usurpazione. Non è rassicurante, non produce benessere ma, di fatto, cerca di comprendere come dei comportamenti emergenti producano questa dimensione di scarto, non nella direzione del rasserenamento. Nel lavoro ho cercato di evocare questa doppia tensione, attraverso una scrittura coreografica che lavora sui corpi, perché questo è quello che cerco di indagare: i corpi nel loro agire in diverse modalità».  In questo lavoro si incontrano danzatori e cantanti, che dialogo si è instaurato tra corpo e suono?  «Per parlare del rapporto tra danza e suono in questo lavoro è molto importante partire dai più recenti studi di botanica, che hanno mostrato come le piante crescono in maniera diversa a seconda della vibrazione sonora che possono intercettare. Lavorando sulla propulsione del movimento volta alla dimensione sensoriale, la presenza di tessiture sonore di diversa materia è stata molto importante. Da un lato abbiamo il canto difonico, che lavora sulla vibrazione del diaframma, che apre, sconfina a livello di condizione sia aerea che terrena. Dall’altro lato, abbiamo le tessiture sonore artificiali, prodotte dalle composizioni di Francesco Giomi - con il quale lavoro da qualche anno - che creano delle fasce che, non contengono registrazioni di suoni naturali, ma delle modalità dei suoni naturali riprodotte in grado di creare estensioni e increspature del suono dove anche i corpi trovano struttura per l’estensione, la rottura e la frammentazione».  Hai scelto di lavorare con un dramaturg, cosa che non è molto frequente in Italia: come nasce la collaborazione con Enrico Pitozzi? In che modo avete lavorato insieme?  «Con Enrico collaboro tempo, ci sono state diverse occasioni d’incontro con modalità diverse: progetti di formazione, dialoghi sulla coreografia, la sua presenza come occhio esterno teorico in un altro progetto, fino a questa sua presenza in veste di dramaturg. Ha partecipato fin dall’inizio alla creazione, a partire dalla discussione degli elementi. L’ho incontrato e gli ho raccontato i due macro territori che mi interessava indagare, lui ha trovato una suggestione forte in queste due dimensioni e ha deciso di partecipare come dramaturg al lavoro, assistendo al percorso e cercando di coadiuvare anche alla creazione delle immagini. Ha così preso parte a lunghi momenti di prova, assistendo, anche silente, a ciò che succedeva e riuscendo poi a entrare e ad aiutarmi in ciò che cercavo di trovare ma non rinegoziava fino in fondo con quello che erano i miei bisogni. È stato un occhio che è entrato quando era necessario riattualizzare le immagini che stavo cercando, quelle cose che lavorando da dentro e conoscendo tutto talmente bene, non si riesce poi da fuori a ritrovare nella loro intera costruzione».  Puoi dirci qualcosa sui costumi, altro elemento importante per Joie de vivre?  «Per i costumi ho lavorato con Katia Kuo, che è docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Anche con lei tutto è partito da un lungo dialogo, con la visione di immagini su cui stavo lavorando, la discussione di alcune parole chiave con cui stavo lavorando con i danzatori. Mi ha proposto una dimensione di costume che potesse rappresentare un rapporto con la stoffa e la congiunzione delle stoffe che riuscisse ad avere un movimento anche quando i danzatori non si muovono. Qualcosa di non regolare, che autogenera movimento, elementi che possono assumere i cambiamenti, che non impongono a priori una dimensione eccessiva di direzione del corpo, così da avere la possibilità di abitarli nelle sue diverse modalità. Un discorso diverso è stato fatto per i cantanti che portano nel lavoro una materia diversa, abbiamo infatti giocato su geometrie e cromatismi opposti, un rimando di altro genere che ci ha permesso di creare lo spazio altro che non è occupato dalla danza». (Paola Granato) 
In alto: Joie de vivre, foto di Luca Del Pia
Data: 13/12/2018


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