Dal genius loci al contemporaneo. Tra le Dolomiti, apre il Museo Diocesano di Feltre

Si è rifatta il look più volte, la sede del Museo Diocesano di Feltre. La nuova realtà museale ed espositiva del bellunese, che è stata in origine un sistema difensivo con due possenti torri, poi Palazzo dei Vescovi, nonostante i molteplici danni subiti nel tempo, sembra nata sotto una buona stella. Forse Palma il Giovane ne indovinò la sorte quando dipinse l’opera (adesso in loco) della Benedizione di Feltre di San Prosdocimo. In questo antico borgo profuso di un fascino senza tempo che sorge ai piedi delle Dolomiti, la maestosità del paesaggio si unisce alla ricchezza delle collezioni del nuovo museo che, insieme con numerosi prestiti temporanei, molte donazioni e opere site specific, compongono questo prezioso e ammaliante puzzle di affreschi, pezzi di oreficeria, quadri e architetture gotiche.  Dopo una lunga campagna di restauri, riallestimenti o addirittura ricomposizioni strutturali, mediante uno sfoggio di ben 27 stanze, tra cui spicca la sala detta dei Tesori, con opere eccezionali quali il Calice del diacono Orso (VI Secolo), in argento tornito e battuto, ritenuto il più antico dell’Occidente cristiano, la croce postbizantina (1542), un vero capolavoro di microscultura in bosso, la Madonna alabastrina del 1420-25 (con l’hanchement tipicamente gotico), il museo riapre anche con un allestimento innovativo a cura dell’architetto Gloria Manera e voluto dalla conservatrice Tiziana Conte.  L’iter espositivo non segue un ordine temporale ma è stato musealizzato, ovvero, pensato per temi. Così le sale si susseguono mettendo in mostra i capisaldi dei più disparati generi e stili artistici. Come nella sala Gera, punteggiata dai lavori dello scultore barocco Andrea Brustolon o negli spazi che, un tempo, erano adibiti a cantine, dove ora ci sono preziosi reperti archeologici di età altomedievale, declinati in un linguaggio germanico, tra cui le misteriose lastre incise e niellate con motivi fantastici. E se l’arte contemporanea non è del tutto assente, come nella sala della Postierla e nella Sezione Temporanea con Mimmo Paladino e Arnaldo Pomodoro, nella cappella Gradenigo, il dipinto (1440) raffigura San Gottardo, il santo protettore dei pellegrini e viandanti, che a questa altezza geografica acquista un valore aggiunto perché era qui che passava un antico cammino, oggi detto Itinerario Sacro, che allora come oggi resta impervio da percorrere, seppure profondamente immerso in una natura che lascia senza fiato. Il ricco display di opere d’arte messo in campo e organizzato con cura e gusto estetico, non trascura neppure un’attenzione minuziosa, anzi certosina (per la vicinanza della Certosa di Vedana) all’utilizzo di materiali facilmente accostabili alle strutture originarie, come l’acciaio corten patinato.  Bellezza e rispetto del genius loci oltreché azioni volte alla tutela dell’ambiente vanno dunque di pari passo in questo corposo progetto che ha visto il coinvolgimento di tutta la comunità locale, dai collezionisti privati ai personaggi laici o religiosi di più alto profilo, come il Direttore, il mons. Giacomo Mazzorana e ha unito in una stretta collaborazione la Diocesi di Belluno-Feltre e la Regione Veneto, oltreché Cariverona e le Soprintendenze, tutti insieme quindi per rendere omaggio a uno scrigno di preziosità che sfoglia una pagina di storia dell’arte tra le più suggestive.  Il vicino Santuario dei Santi Vittore e Corona con affreschi di scuola giottesca e il suo ricco refettorio depredato di due opere, è il Monastero da cui provengono numerosi reperti e opere ora esposte. Di piano in piano, le sale mostrano sia all’interno che all’esterno le numerose tracce che hanno lasciato i Vescovi di Feltre, dai Campeggi ai Rovellio e Gradenigo. Segni e tracce ovunque, dagli intradossi delle finestre, o nelle arcate gotiche nei pavimenti di scaglia rossa, per non citare le loro firme impresse nei motivi ornamentali che si ripetono. Vicende di famiglie note, dunque, che si intrecciano con la storia della fede, pagine di collezionismo privato e reminiscenze di spoliazioni come quelle ottocentesche, il tutto, condito con lasciti d’incredibile bellezza, ora viene accumulato con rigore scientifico e condensato dentro questa cassaforte di opere d’arte.  Più che un semplice museo, quello diocesano è il frutto di un’operazione intelligente che sa custodire, tutelare e impreziosire il proprio patrimonio artistico. Composto da un team di professionisti brillanti ed energici che credono e investono anche in termini economici nel proprio territorio. Che qui non è solo un dato geografico. (Anna de Fazio Siciliano)
Data: 16/05/2018


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